Grano italiano: è boom delle coltivazioni dei grani antichi

Negli ultimi mesi l’imprevista alta quantità di rovesci verificatisi ha sfavorito le coltivazioni di grano in Italia. Tuttavia, un’analisi di Coldiretti dà buone notizie agli agricoltori italiani. 

Il risultati dell’indagine sottolineano che “è boom in Italia per la coltivazione di grani antichi”.

Emerge inoltre, dai dati di Consorzi Agrari d’Italia e Sis, società leader nel settore sementiero, che “le superfici seminate potrebbero ulteriormente raddoppiare già a partire dalla prossima stagione”.

In Italia ci sono 1,28 milioni di ettari coltivati a grano duro, a fronte di un calo della superficie di 1,8% rispetto allo scorso anno; la produzione stagionale attesa per il 2018-19 è di 4,2 milioni di tonnellate, in linea con i risultati 2017-2018 (dati Italmopa): “una mietitura di buona qualità ma a rischio per il maltempo” per cui la filiera del grano e della pasta rilancia su “ricerca e innovazione, dalla possibilità di collaborare con il Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura) alla necessità di un Piano cerealicolo nazionale”.

Gli agricoltori italiani hanno poi un altro motivo per essere felici: si tratta del patto di filiera stipulato nei giorni scorsi, un tavolo del valore di 61 miliardi di euro.

I nuovi firmatari del protocollo d’intesa sono Assosementi, associazione nazionale dell’industria sementiera, e Compag, Federazione Nazionale Commercianti di Prodotti per l’Agricoltura, un patto nato con la finalità di “aumentare la disponibilità di grano duro italiano, sostenere gli agricoltori e rafforzare la competitività della pasta italiana”.

Made in Italy enogastronomico: solo 10 i brand a trainare il business

Il settore food rappresenta sicuramente più di tutti il Made in Italy all’estero. Non per altro l’Italia è il Paese europeo con il maggior numero di prodotti agroalimentari DOP (a denominazione di origine protetta) e IGP (a indicazione geografica protetta) riconosciuti dall’Unione Europea, frutto delle sue circa 22 mila unità agricole: ad oggi sono 295 i prodotti regolarmente iscritti nel registro della qualità europea (DOOR).

Le stime di Ismea lo confermano: complessivamente i prodotti alimentari italiani a denominazione d’origine generano un fatturato pari a 6,35 miliardi. Dato rilevante è che l’80% di questa cifra però si deve a soli dieci prodotti che generano, dunque, un fatturato di oltre 5 miliardi.

Nel particolare, si fa riferimento a Grana Padano (Dop), Parmigiano-Reggiano (Dop), Prosciutto di Parma (Dop), Aceto Balsamico di Modena (Igp), Mozzarella di Bufala Campana (Dop), Mortadella Bologna (Igp), Gorgonzola (Dop), Prosciutto di San Daniele (Dop), Pecorino romano (Dop) e Bresaola della Valtellina (Igp).

“L’obiettivo è quello di arricchire la lista con almeno altri 10 prodotti in 3 anni”. Questo, ricordiamo, l’auspicio del ministro delle Politiche agricole uscente Maurizio Martina.

Per il momento, però, i dati parlano chiaro: per i consumatori internazionali è più facile procurarsi prodotti nella rosa dei 10 già citati; molto più difficili da trovare sul mercato, i tanti prodotti d’eccellenza, come ad esempio il Caciocavallo Silano o il Riso Vialone nano del Veronese, attualmente quasi sconosciuti al di fuori del nostro Paese (dati Cia-Agricoltori).

Sempre in una recente analisi di Cia-Agricoltori, inoltre, emerge che 4 consumatori stranieri su 10 giudicano la qualità dei nostri cibi superiore, che il 43% degli statunitensi chiede più Made in Italy nei supermercati e che ben il 74% dichiara di essere disposto a pagare di più la sua spesa, a patto che comprenda prodotti 100% italiani. Occorre dunque cavalcare il trend, procedere con la promozione delle nostre eccellenze, provando ad infoltire l’elenco dei prodotti presenti nella lista dei desideri dei consumatori di tutto il mondo.

Manca pochissimo ormai per raggiungere la quota di 300 prodotti che recano il marchio di qualità riconosciuto dall’UE e nell’elenco dei pretendenti ci sono già ben 8 validissimi aspiranti quali la Salsiccia Lucanica di Picerno (Igp), le Mele del Trentino (Igp), il Cioccolato di Modica (Igp), il Marrone di Serino (Igp), la Pitina (Igp), l’Olio di Puglia (Igp), la Mozzarella di Gioia del Colle (Dop) e la Provola dei Nebrodi (Dop), e tante sono le domande ancora da esaminare.

Con le nuove registrazioni, è stato rilevato, relativamente al settore food italiano nel 2017, un incremento dell’1%, piccolo, ma significativo. Non è da trascurare il fatto che l’UE metta a disposizione un fondo ad hoc per promuovere Dop, Igp e Stg nel mondo, e l’Italia, attestando numeri in crescita, si candida come destinataria di questi finanziamenti.

 


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Dall’omologazione alla diversificazione: come è cambiato il mondo della ristorazione

La ristorazione, negli anni, a livello internazionale come anche in Italia, ha trovato nel franchising o affiliazione commerciale la formula del successo. Il franchising è un contratto di collaborazione tra imprenditori per la produzione o distribuzione di servizi e/o beni, specifica per chi ha intenzione di dar vita ad una nuova impresa senza partire da zero, preferendo dunque affiliare la propria impresa ad un marchio già affermato. Poiché il contratto impone ugual qualità e servizi in tutti i punti vendita, il cliente sa sempre cosa aspettarsi e ciò costituisce un vantaggio nella misura in cui la nuova attività commerciale sfrutta la reputazione già costruita del marchio.
L’affiliazione ad un marchio permette una visibilità, anche internazionale, diversamente difficile da raggiungere. È stato anche calcolato statisticamente che la fiducia nel brand conosciuto porta ad una crescita costante del fatturato. I singoli esercizi inoltre, spesso non hanno la forza commerciale, l’esperienza e l’organizzazione di una grande catena.

I settori che nella ristorazione finora sono stati maggiormente sviluppati su questa linea sono birrerie, ristorazione etnica, bar e caffetteriegelaterieyogurterie. Nel decennio scorso c’è stato un forte incremento di queste proposte che hanno visto l’apertura in Italia di quasi 2.000 locali, che hanno dato lavoro a circa 18.000 persone. Le maggiori richieste di affiliazione si sono riscontrate nel campo delle gelaterie e yogurterie, ma una parte importante l’hanno avuta anche le grandi catene, prime tra tutte Mc’DonaldsOld Wild West.

Per quanto riguarda il nostro Paese, uno dei motivi principali di successo delle catene non può che essere la sempre più diffusa tendenza degli italiani a consumare i pasti fuori casa. Secondo un recente rapporto della Fipe (Federazione italiana dei pubblici esercizi aderente a Confcommercio), i pasti al di fuori delle mura domestiche ammontano al 35% dei consumi alimentari totali delle famiglie. Dato, questo, che ha portato alla nascita di oltre 20.000 nuove attività di ristorazione in tutta la penisola. Certamente il franchising ha un ruolo significativo: i dati di un recente rapporto di Assofranchising delineano l’immagine di un settore florido che vale circa 2,5 miliardi di euro e in cui il segmento della ristorazione veloce risulta in continua crescita. Da sole, le catene di tavole calde, caffetterie e ristoranti hanno fatturato nel 2016 (da ultimo rapporto Assofranchising pubblicato – 2017) quasi 1,8 miliardi di euro, il 26% in più rispetto al 2012.

Secondo gli esperti, le motivazioni delle tendenze positive sono da attribuire ad un’offerta sempre più moderna e al passo con le esigenze dei consumatori. L’offerta così variegata di oggi infatti dà l’opportunità alle persone che in precedenza non vedevano sodisfatte le proprie esigenze a trovare fuori casa valide alternative per i propri pasti. Si pensi ad esempio a chi osserva regimi alimentari vegani, vegetariani o gluten-free.

A fronte della propensione generale a ritenere le catene simbolo della standardizzazione globale, dell’omologazione, si fa largo ora una vera diversificazione nei menù che sta ribaltando le credenze comuni. Ne è esempio McDonald, che ha iniziato ad offrire sempre più piatti vegetariani e panini a base di ingredienti tipici della gastronomia italiana.

In uno scenario così composto, l’Italia può e deve giocare le sue carte. Grande opportunità da non sottovalutare è infatti proprio quella del franchising italiano all’estero, opportunità di portare al di fuori del nostro Paese le nostre eccellenze e tipicità del territorio.

Già presenti, come detto, nei menù di decine di fast food, i prodotti “italiani” offerti sono però spesso lontani in forma e sostanza dall’autentico Made in Italy. In un momento in cui portare le materie prime di qualità fuori dall’Italia non basta, quindi, si dovrebbe fornire anche l’artigianalità di chi lavora con grande competenza tali materie, la professionalità di accoglie e serve e racconta ogni piatto, l’intuito di chi crea esperienze gastronomiche uniche a 360 gradi, in pieno stile italiano.

Un cambio di prospettiva sicuramente audace in un settore che deve sempre essere al passo con i tempi.

Dicono di noi – Il Made in Italy secondo gli altri

Tra i brand più conosciuti e apprezzati a livello mondiale, il marchio “Made in Italy” è largamente percepito come sinonimo di qualità. Fattore distintivo dell’italianità, esso esprime l’eccellenza della creatività e della maestria degli artigiani del nostro territorio. Alta qualità di prodotti tessili, eleganza e raffinatezza nel campo della moda, avanguardia, innovazione e classe in ambito design, un grande tradizione di qualità e solidità nell’automotive, eccellenza nel settore enogastronomico, sono solo alcuni dei nostri meriti riconosciuti storicamente a livello internazionale.

Negli ultimi tempi, nell’era dei social e dell’innovazione incessante, ci si chiede spesso se questi valori tradizionalmente condivisi abbiano subito delle variazioni in termini di qualità percepita e quanto il Made in Italy sia presente nei pensieri, o meglio, nelle mani degli utenti internazionali.

Per fornire una risposta a questi interrogativi, Blogmeter, società specializzata nell’analisi delle dinamiche dei social media, ha condotto uno studio che riguarda la percezione del Made in Italy fuori dai confini nazionali, con l’obiettivo di offrire alle aziende italiane concreti spunti sociologici e di marketing utili per le strategie di brand.

“Italian Excellence – una ricerca sul Made in Italy all’estero” è un’indagine integrata che comprende dati estratti da un’analisi social e da una survey. Nell’occasione sono state analizzate oltre quattro milioni di conversazioni social in lingua inglese per stimare i volumi delle stesse e dei contenuti multimediali che avessero a tema il prodotto italiano e per analizzarne il relativo sentiment. Questa preziosa fonte è stata altresì integrata con i dati provenienti da una survey online sottoposta ad un campione equamente distribuito in cinque diversi Paesi quali Regno Unito, Germania, Francia, Stati Uniti e Russia.

Il social in cui si parla di più dell’argomento è Instagram: qui sono state individuate infatti tre milioni di conversazioni (tre quarti del totale registrato) che hanno prodotto nel complesso 97 milioni di interazioni. Dopo aver condotto un’analisi del sentiment si può asserire che questo è decisamente positivo: le parole che ritornano più spesso nelle conversazioni sono infatti beauty, passion e wow. Le categorie che registrano più conversazioni sono il settore dell’abbigliamento (52%), il tema design (20%) e il cuoio italiano (8%); gioielli (6%) e architettura (4%) seguono in percentuale minore; solo agli ultimi gradini, con grande sorpresa, il tema food (2%) e quello dell’automotive (2%).

Diverso quanto emerge dalla survey online somministrata al campione. Da qui infatti risulta che, a fronte di una domanda diretta, l’intervistato collega l’Italia al Food nella maggior parte dei casi. Altissima la percentuale registrata: il 63% del totale. Il 42% è la percentuale che vede l’Italia associata alla moda, volume minore rispetto a quanto registrato sui social.
Andando nello specifico, è emerso poi che ogni Paese rappresentato nel campione, associa l’Italia in misura maggiore ad un settore piuttosto che un altro: la quasi totalità degli americani (83%) associa l’Italia al cibo; circa metà dei tedeschi (45%) pensa invece al settore automobilistico, in cui siamo tra l’altro tra i principali rivali; il 51% dei russi associa gli italiani alle scarpe, riconoscendoci importanti produttori.

Infine, si sottolinea il fatto che, nonostante siamo probabilmente i loro primi competitor nel settore, soltanto l’1% dei francesi collega l’Italia al vino.

Interessante anche quanto emerso dalle risposte alla domanda multipla circa i valori che il Made in Italy veicola. I principali valori evidenziati confermano la percezione consolidata. Infatti il marchio è in gran parte considerato sinonimo di bellezza, tradizione, eleganza e qualità. Molti aspetti però sembrano essere cambiati. I prodotti Made in Italy sono infatti considerati difficili da raggiungere, quantomeno nella loro versione originale, senza, cioè che siano intaccati dalle imitazioni che stanno prendendo sempre più piede. Essi sono considerati dunque, per questi ed altri motivi quale ad esempio il prezzo eccessivo, poco attraenti e per di più anche tecnologicamente non all’avanguardia.

Gualtiero Marchesi: il cuoco e la terra

Un modo per ricordare con grande rispetto Gualtiero Marchesi, scomparso in questi giorni, è non tanto attraverso la sua eredità culinaria sulla quale si susseguono articoli e commenti e sulla quale ci sarebbe ben poco da aggiungere al già scritto, quanto attraverso il suo pensiero, partendo magari dal decalogo con il quale ha delineato la professione di cuoco.

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